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Honeck e Rubino all’Accademia di Santa Cecilia

teatro honeck rubinoI tamburi di Dio

Si intitola “Ritmo” il bel programma settimanale che l’Accademia ha affidato alla direzione di Manfred Honeck, artista già apprezzato dal pubblico romano. E ritmo è quello esaltato in Haydn e Beethoven, compositori che stringono in una sorta di abbraccio il contemporaneo James MacMillan, presente con “Veni, veni, Emmanuel” raffinato e spettacolare concerto per percussioni e orchestra, dove si esalta pienamente la maestria e l’arte di Simone Rubino.

La Sinfonia n.93 è la terza delle cosiddette “sinfonie londinesi” di Franz Joseph Haydn, che aveva accettato l’invito del violinista tedesco Peter Salomon diventato a Londra anche impresario, fondatore e direttore di una propria orchestra. 

Il giorno di capodanno del 1791, i due giunsero in Inghilterra dove Haydn fu accolto trionfalmente. Il soggiorno del compositore, in due tranche differenti, e fino al 1795 portò alla elaborazione creativa di dodici sinfonie, le ultime della carriera del musicista, che immediatamente conobbero grande popolarità per il linguaggio brillante, la forza dinamica, la spettacolarità, e un clima di giocondità che si mescolava ad un allure galante.

Così, un Haydn  sessantenne si avviava a raccogliere i frutti di una carriera che si era sviluppata attorno ad una fantasia vibrante, colorita, che sfruttava il “mestiere” per raccontare una visione del mondo giovanile, vivace e a volte fanciullesca, innovativa rispetto agli stilemi del passato.

Caratteri subito colti dal pubblico, quel 17 febbraio del 1792, quando la sinfonia n.93 fu eseguita nel concerto inaugurale della stagione, e apprezzata al punto da far  chiedere a gran voce il bis del Largo cantabile.

Anche la Sinfonia n.7 di Beethoven obbedisce ad una necessità compositiva di abbattere barriere prefissate. Quest’opera, che conobbe immediato successo, si prestò per la sua natura a commenti assai favorevoli. Fra gli altri, Richard Wagner la definì “l’apoteosi della danza” per la ricchezza di ritmi e per le movenze di danza sottese, anche se appaiono più che balli da salotto nobile ritmi di danza popolari e popolareschi che si nutrono dei bollenti eventi che traversavano l’Europa, e che in Austria si condensavano nella resistenza e nel tentativo di liberazione della presenza di Napoleone.

Ricchissima è la tavolozza allestita dal compositore, e piena di una grande varietà di colori, di sfumature che vanno dal sentimento elegiaco di dolce mestizia dell’”Allegretto”, ad una sorta di inno alla gioia del “Presto”, con il suo ritmo trascinante temperato da pennellature di un’ Arcadia ritrovata con i suoi giochi ritmici, per concludersi, infine, con un “Allegro con brio” nel quale protagonista è un’idea sublimata della danza, trascinante e parossistica. Già in questi due momenti musicali, prende forma l’alta qualità della direzione di Honeck che ha, tra le altre, la virtù di creare empatia con l’orchestra ceciliana, davvero ineccepibile, e con il pubblico in sala, che, con lui “fa” musica trovando sintonie con  la pagina che gli si propone.

Il ritmo travolgente è protagonista del brano “Veni, veni, Emmanuel” di James MacMillan, musicista di oggi, nato nel 1959, balzato ai vertici dell’interesse musicale con un suo brano dal titolo “The Confession of Isobel Gowdie”, dedicato ad una donna condannata per rogo nel XVII secolo nella sua Scozia. Il lavoro fu presentato nel 1990 ai Proms di Londra, e il successo riscosso gli valse da parte della Scottish Chamber Orchestra l’importante commissione di un concerto per percussione e orchestra da affidare alla celebre solista Evelyn Glennie. Questa la genesi di “Veni, veni, Emmanuel”, che ha debuttato trionfalmente,e continua a riscuotere  la   stessi esiti esaltanti.

Il brano, in cinque sezioni e in un unico movimento, riprende un inno processionale latino per il periodo dell’Avvento su un testo anonimo del VII secolo e rielabora una melodia probabilmente di origine francese del XV secolo, farcendola di variazioni motiviche, di momenti contrappuntistici di grande forza espressiva in cui l’orchestra dialoga fittamente con il ricchissimo spiegamento di percussioni (mai tante da gestire contemporaneamente fra pelli, metalli e legni), distribuite lungo tutto il palcoscenico che comportano anche un impegno fisico notevole per il solista.

Una ghiotta occasione per l’ esaltante maestria di Simone Rubino, artista che si è messo in luce debuttando con i Wiener Philharmoniker al Festival di Lucerna, ed ha suscitato poi l’interesse di direttori come Zubin Mehta. Vincitore di  numerosi premi internazionali e di importanti festival. Oggi il giovane torinese Rubino viene a raccogliere consensi anche da parte del pubblico dell’Accademia di Santa Cecilia che ha potuto applaudirlo per la prima volta in quest’opera.

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